Le persone sono spesso molto curiose circa la tecnica con cui dipingo:quando visitano il mio studio cerco di mostrargli qualcosa in corso d ’opera,il che generalmente è più chiaro di un manuale di tecnica. Per quello che mi riguarda,io mi sento spesso,per come dipingo e disegno,come un dentista. La mia città mi sembra la dentatura di una donna anziana,che si è formata accavallando denti su denti,aggrappati gli uni agli altri,tutti storti eppure stretti a formare un blocco unico,che funziona,pure se apparentemente dovrebbe crollare. Io ne faccio calchi,mi stupisco della varietà delle direzioni in cui i molari sono cresciuti,seguo con gli occhi i rivoli microscopici di sangue lungo le gengive,ognuno disordinatamente per i fatti suoi,e poi,bruscamente ci metto dentro qualcosa di sintetico,di esterno,per occupare una cavità,per sanare del marcio. Questi denti continuano a funzionare da secoli,continua questa lenta nostra masticazione,che deve ricomporsi ad ogni stretta di mascella in modo diverso,perchè ogni volta un ponte crolla,una strada cambia,
un edificio cresce. Ecco,“a bocca aperta ” è una buona immagine per il modo in cui la città mi si presenta e per come la tratto io,prendendo in faccia quell ’odore di cavità che schizza in faccia al dentista,che pure combatte tenace pezzo dopo pezzo,come fosse la cosa più normale del mondo tenere le mani impegnate in un posto con cui persino noi stessi fati
chiamo a prendere confidenza.Alle volte penso che i miei quadri dovrebbero essere fatti di materiali marcescibili, e trasformarsi lentamente,per porre fine a questo disordine,questa agonia che si rinnova giorno dopo giorno spostando la stampella su un ’altra gamba,un ’altra anca. E invece sempre mi stupisco di come noi qui risorgiamo ogni volta in un vicolo diverso,in uno scorcio di prospettive impossibili sempre nuove:ci si alza dal letto e sembra sempre che tutto quello che si è lasciato la sera prima per le strade debba essersi in qualche maniera azzerato. Questa è una cosa miracolosa,ed il modo in cui succede è una meraviglia,nella piccola scala di ognuno e in quella gigantesca dell ’intera città.
Dovrebbe essere più giusto testimoniare questo:come Bonnard,forse dovrei modificare di tanto in tanto,per tutto il corso della mia vita,i quadri che ho dipinto, le scene che ho composto.Cambiare una strada,far sorgere un palazzo,cancellare una piazza,bombardare una torre. Terrei ferma la stessa scena per anni,come dentro una cinepresa su un cavalletto bloccato: tutte assieme,sulla lunga distanza,le mille trasformazioni che accadono quotidianamente, senza sorprenderci,diventano un ’esplosione,uno spettacolo sovraumano. Disegno,coloro,cucio,taglio e ricucio. Ma è sempre questo grande spettacolo, che vorrei dipingere.
Mi sembra la cosa giusta da fare.

Tommaso Ottieri