IL SILENZIO DELLE SIRENE GENERA MOSTRI

 

La prima sensazione che trasmettono i quadri di Ottieri è che il tem­po abbia subito un processo di frantumazione: fatti accaduti in de­ter­minati periodi storici, collocabili in una pre­cisa sequenza temporale, nelle sue tele, per un qualche incantesimo, finiscono, invece, con l’inter­secarsi l’uno con l’altro. Neppure per un istante, dinanzi alle sue tele, abbiamo la sensazione che si tratti di qual­cosa di cronologicamente corretto; di qualcosa di logico … “Nelle opere d’arte il tempo è impri­gionato e insieme abo­li­to, come un fiore o un insetto di una specie estinta dentro una goccia d’ambra”, è a questa frase dello scrittore Antonio Muñoz Molina che mi riportano i quadri di Tommaso Ottieri.

In effetti, il tempo è per l’arte, esattamente come per la scienza, uno dei parametri fondamentali, se non addirittura la questione fon­damentale. Ogniqualvolta si cerca di co­mu­nicare attraverso una for­ma d’arte non si può prescindere dal tempo, in tutti i suoi aspetti ed i suoi significati. Il modo migliore per cogliere il tempo nella nostra epoca, in tutte le sue forme ed i suoi significati, credo sia stato quello individuato da Walter Benjamin, consistente nella pratica del vagare. Soltanto così, girando senza una meta precisa, si può ancora riuscire a trovare una strada, un sentiero più o meno sensato. Un poeta diceva: “Nul­l’altro al mondo più del vagare senza meta, può svelare la finzione del trascorrere del tempo”.

Anche Ottieri si aggira per le strade delle città, insieme ai barboni ed ai nullafacenti; si ferma a scrutare, os­ser­vare e guardare; a vedere anche quello che, forse, non c’è. In arte, diceva Pirandello “Bisogna trovare senza cercare”. Ed è proprio in questa capacità di riuscire a trovare, ma soprattutto a vedere anche quello che non c’è, a generare quella magia, quella al­chimia, che è l’humus stesso dell’arte. L’Arte che do­vreb­be, nella sua perenne ricerca del Tempo, sempre e solo “semplicemente” riuscire a cogliere e svelare qualcosa della vita.

Ottieri vede aerei da guerra che sorvolano le città; grandi navi da guerra ancorate anche dove il mare non c’è; carri armati sparsi un po’ ovunque, come fan­ta­smi, in diversi luoghi delle città.

Aerei da guerra, grandi navi da guerra e carri armati che sbucano o meglio ricompaiono da battaglie passate.

Sì, lui li vede, e nel vederli non può fare a meno di mostrarceli. Il suo sembra il grido di Cassandra dinanzi alle porte ancora chiuse di Troia. Il grido di un veggente in mezzo ai ciechi!

Ma, forse, neppure lui vede questi aerei, queste navi …; forse li per­cepisce soltanto, perché in realtà quello che avverte forte e chiaro è il suono delle sirene. È il grido monotono di queste ultime ad avvisarlo di quelle sinistre presenze. Sirene, sparse in tutto il mondo, che ad ogni latitudine della terra gridano nello stesso identico modo stra­zian­te. Un urlo uniforme e angosciante che intima di scappare, di ri­fu­giar­si, di rima­nere rintanati e nascosti ognuno nei propri gusci. Di nuovo mi viene in aiuto Muñoz Molina quando dice: “… La risposta la trovo ora, dentro di me, nella mia incapacità di accettare piena­mente, ra­zionalmente, non già l’orrore che ho visto con i miei occhi, ma l’e­ventualità che qualcosa di simile possa ripetersi … Uno vuole, più di ogni altra cosa, credere che la normalità non possa spezzarsi, e nei momenti di grave crisi si aggrappa alle proprie abitudini con più forza che mai, come se ripetere quello che si è fatto ogni giorno ci garantisse la soprav­vivenza …”.

Ottieri, diversamente, e contro ogni logica e ragione, appena sente quel suono straziante corre fuori per guardare e farci guardare. Le si­re­ne sortiscono su di lui l’effetto opposto: Ottieri non corre a na­scondersi. In realtà, l’operazione che Ottieri sembra compiere, di fronte a quello che accade, a quel richiamo straziante, è per dirla con Béla Bartók: “Compiere il balzo verso l’ignoto da ciò che è troppo noto e insop­portabile”. In altre parole, i suoi dipinti esprimono la volontà di ri­bellarsi ad ogni sicurezza ed abitudine. Il suo è un rifiuto assoluto.

Ecco, allora, le sue tele. Tele di guerre perenni, di ferite soltanto ap­parentemente rimarginate, e quando sanate, al prezzo di vistose suture che lasciano profonde cicatrici. Tele che si oppongono in modo ostinato al “Silenzio delle sirene”; che si oppongono ad ogni sorta di fuga, o meglio, si oppongono ad ogni luogo in cui rimanere nascosti. Tele che cercano di invitarci ad uscire ed a percorrere le vecchie strade come se fossero nuove. Anche per riportarci, soltanto e sem­plicemente, dinanzi ad una vecchia giostra che sembra girare più leggera del vento!

La grande differenza tra l’arte e la scienza è che la prima sorride di ciò che scopre e vede, la seconda affatto. Cervantes, forse il più ironico degli scrittori, sostiene nel Don Chi­sciot­te che: “Solo la vita umana corre incontro alla sua fine più leggera del vento” … Ecco, l’arte, in tutte le sue forme, non è altro che quel tentativo ironico e disperato di riuscire a dare, un significato, un nome a quel vento: Scirocco, mae­stra­le, ponente …

Alfredo De Dominicis