Napoli trasfigurata e minacciosa, come appare nelle tele di Tommaso Ottieri, fa pensare all’aeroporto Kennedy descritto da Antonio Muñoz Molina nel suo Finestre su Manhattan. Nel suo «romanzo di New York» l’autore spagnolo interpreta il mondo contemporaneo attraverso la lettura di una metropoli ad alto grado simbolico: «...si sbarca al Twa Terminal», scrive, «con i suoi corridoi simili a condotti di un organismo umano e sale chiuse e concave come cavità segrete di un corpo». È­ quello che accade nei lavori di Ottieri dove si può vedere, per esempio, dipinto in un verde livido, un carrarmato impegnato in una manovra all’interno della Chiesa del Purgatorio ad Arco.

In questo nuovo ciclo dell’artista napoletano visioni stranianti di scene di guerra esplodono nell’organismo della città, nelle sue pieghe più nascoste, per effetto di patologie della memoria urbana; a partire da questa suggestione si muove il percorso di ricerca che ha condotto Ottieri agli interessantissimi esiti ora in mostra. L’idea di partenza è proprio quella di far scattare in un angolo del normale landscape urbano contemporaneo un cortocircuito temporale per cui tra strade e palazzi irrompono macchine da guerra e aerei rombanti del secondo conflitto mondiale, quasi evocati dall’inconscio della città. Il lavoro, che comprende tele di grandi dimensioni com’è nella consuetudine dell’autore, s’intitola «Sirene», a ricordare gli allarmi che facevano scappare la popolazione spaventata nei rifugi, ma anche in omaggio alle figure mitologiche che abitarono Partenope.

Architetto e artista trentacinquenne con trascorsi in Grecia (ha vissuto due anni a Santorini), Ottieri ha già lavorato su scenari urbani, offrendo allo sguardo del fruitore inquietanti scorci parigini o autostrade desolate che rimandano a paesaggi della provincia americana fissati nell’immaginario collettivo da una certa cinematografia (e prima ancora dalla letteratura) on the road. Un tema, quello della città, già caro all’arte  del secolo appena passato, e del quale si interessarono fortemente le avanguardie a partire dai primi decenni del Novecento, anticipando in molti casi con forza visionaria i tratti salienti del nuovo panorama urbano che si andava modellando. Nel buio della notte, ad esempio, splende il «Luna Park»  dello statunitense Joseph Stella, capace di cogliere le accelerazioni della città moderna. E nella notte napoletana splendono le luci di piazza San Luigi dipinta da Ottieri, in una scena che testimonia il brulicare di vita intensa di un angolo della metropoli mentre tutt’intorno preme un buio minaccioso e inquietante. Dunque, mentre il secolo scorso celebrava il mito della metropoli, l’artista del nuovo millennio avverte la densa trama di pericoli che percorre il tessuto urbano. Anzi, intuisce smagliature di senso nel suo significato complessivo e dimostra ai suoi abitanti come la guerra non sia mai finita e quanti rischi incombono su chi percorre itinerari urbani ingannevolmente ritenuti sicuri. In realtà, la città di Ottieri non è razionalmente spiegabile, è comprensibile solo per frammenti; i panorami che ci mostra significano sempre qualcosa di ulteriore rispetto a una prima semplificata lettura. Come accade nei racconti londinesi di Alì Smith, dove le dimensioni del tempo e dello spazio s’intrecciano a sfondare i loro naturali argini. Eppure, sebbene non si possa comprendere cosa accade nella città dipinta da Ottieri, la si riconosce facilmente: i palazzi e le strade del centro storico, le architetture squadrate del centro direzionale e dell’ex sferisterio, la collina di Posillipo e la tangenziale diventano elementi di un soffocante orizzonte di angoscia. Scomparsa la Napoli solare, l’artista rivela il lato tenebroso della città, la sua componente oscuramente dionisiaca rivisitata in chiave contemporanea. Perfino quando sulle tele si aprono orizzonti più ampi la sensazione non è meno claustrofobica: uno squarcio di cielo inquadrato dall’alto di Pizzofalcone, per esempio, viene riempito da stormi di aerei che lanciano nel vuoto piccole sagome di neri paracadutisti. Sembra avverarsi quello che Franco Farinelli scrive nel suo avvincente saggio Geografia: «Per gli antichi greci metropoli significava città madre, e implicava il rapporto con una città-figlia, con una colonia, come quello di Atene nei confronti di Turi. Ora s’intende per metropoli la città dove si registra il trionfo e la simultanea morte dello spazio».  Più efficaci di molte narrazioni, le immagini di Ottieri, con la loro estetica dello spiazzamento non priva di una lieve ironia, chiudono dunque gli spazi metropolitani e si fanno carico di raccontare così il disagio di un’epoca e di una città sofferente.

 

Mirella Armiero